Tutti i giorni siamo spinti ad accelerare. La velocità con cui le nostre giornate scorrono, e si susseguono, rischia di farci perdere il controllo su tutto ciò che facciamo. Spesso, il pilota automatico si attiva appena i piedi toccano terra al mattino, con un unico obiettivo: farci arrivare a sera il meno danneggiati possibile.
Mangiamo in piedi, di corsa. Un panino al volo, un caffè al volo. Diamo al nostro corpo ciò che pensiamo basti, ciò che abbiamo a portata di mano. Ma nel farlo, ignoriamo i segnali che il corpo ci manda ogni giorno: ha bisogno di rallentare, di luce, di riposo, di nutrimento autentico. Nella frenesia abbiamo perso il dono più semplice e potente: ascoltarci.
L’alimentazione consapevole — o mindful eating — nasce da questo bisogno. È ascolto, è cura, è rallentare. È un momento che ci regaliamo, un incontro intimo con il nostro corpo. Non è una dieta, né un regime alimentare. È un atto di presenza.
Non riguarda solo cosa mangiamo, ma come lo facciamo, perché lo facciamo, e soprattutto cosa proviamo mentre lo facciamo.
Fermarsi. Annusare il piatto. Osservarlo davvero. Assaporarlo, sentirne le consistenze, i contrasti, i sapori che cambiano nel tempo, fino a quel retrogusto che resta sulla lingua. È chiedersi: “Di cosa ho veramente bisogno?”
Il corpo lo sa. Ma serve silenzio, pratica, a volte anche una guida. Perché il rapporto con il cibo è come una relazione. A volte va riscoperta. A volte guarita. A volte serve una terapia di coppia.
Attraverso piccoli riti quotidiani, il mindful eating ci insegna a lasciare andare l’ossessione, a ritrovare la curiosità, il piacere, la presenza. Un boccone alla volta. Un respiro alla volta.
Non devi avere una fragilità evidente per iniziare. Può far bene a chiunque. È una pratica incredibilmente terapeutica, che ti insegna a vivere con più consapevolezza, anche nei gesti più semplici.
Togli lo sguardo dallo schermo. Per dieci, quindici minuti, assapora non solo il tuo cibo, ma anche il momento. È un modo per ritrovarti. Per prenderti cura di te attraverso un gesto naturale, quotidiano, che troppo spesso dimentichiamo.
Siediti. Respira. Guarda il tuo piatto. Mangia lentamente. Non giudicarti. Solo ascolta.
Poi, chiediti con gentilezza: “Mi sento saziə?”
Cerca di capire se quello che hai mangiato ti ha saziato sia fisicamente che emotivamente. Ascolta tutto: la mente e il corpo.
Perché — soprattutto per chi convive o ha convissuto con un Disturbo del Comportamento Alimentare — queste due dimensioni non sempre coincidono, anzi, spesso sono in contrasto.
Per alcuni, il corpo è pieno ma la mente ancora vuota. Per altri, è la mente a dire “basta” mentre il corpo continua a cercare.
Riconoscere questo scarto è il primo passo per ricucire il dialogo interrotto.
Con pazienza. Con rispetto. Con presenza.
Potrebbe sembrare nulla. Ma è un piccolo atto di ribellione in un mondo che ci vuole altrove.
E se anche non cambiasse tutto, avrai comunque regalato a te stessə qualche minuto di pace, lontano da impegni, social, rumore.
Un piccolo atto d’amore. Solo per te.
È anche questo che facciamo in SATI, accompagniamo in questo percorso con rispetto e senza giudizio, con professionalità e presenza.
Guidiamo chiunque voglia riconnettersi con sé stessə, per tornare a sé — ma in una collettività.
Un luogo dove si cammina insieme, ognuno con i propri tempi, ognuno con la propria storia.
Perché prendersi cura, a volte, significa semplicemente non essere solə.
  


Stefano Castellaneta
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